TRAUMA

Chi di noi non ha mai utilizzato questa parola per descrivere qualcosa accaduto nella propria vita con effetti profondi sul nostro mondo interno?

Ma … sappiamo davvero che cosa è un trauma psicologico?

 

Il termine trauma si riferisce comunemente a un evento o esperienza che provoca un’intensa risposta emotiva, psicologica e corporea.

Possiamo distinguere due tipologie di traumi:

i traumi con la T maiuscola, riferiti ad esperienze “ad alto impatto” psicologico, emotivo, fisico, circoscritte e ben riconoscibili come un lutto, una malattia, un incidente stradale, una violenza, un terremoto, ecc.

i traumi con la t minuscola, relativi a esperienze che non rispondono in modo evidente ai criteri di “trauma”, ma che in determinate circostanze possono attivare effetti traumatici altrettanto significativi. Ad esempio, un padre molto severo e poco affettuoso o un/una maestr* autoritari* e non equ* con tutti i suoi alunn*, ecc.

Ciò che è importante comprendere è che non tutti i traumi provocano in noi effetti traumatici. Cerchiamo di spiegarci meglio. In genere, le esperienze (traumatiche e non) vengono rielaborate dal nostro cervello grazie a un meccanismo neurologico innato, chiamato AIP (adaptive information processing), attraverso il quale le assimiliamo, sotto forma di reti neuronali.

Queste reti di neuroni si traducono in pensieri, immagini, emozioni, sensazioni e comportamenti che arricchiscono la nostra memoria e contribuiscono a creare schemi predefiniti che danno origine a ciò che comunemente chiamiamo il nostro carattere. Man mano che cresciamo e le nostre esperienze si arricchiscono, cresce anche il patrimonio di reti neuronali che vengono utilizzate come materiale di riferimento per le future risposte emotive, psicologiche, comportamentali e fisiche.

Quando questo meccanismo funziona in modo adeguato il sistema spontaneo di elaborazione processa le nuove esperienze in modo che le informazioni contenute nelle reti neuronali siano contestualizzate e non disturbanti. Ci sono circostanze in cui, nonostante l’esperienza che stiamo vivendo sia fortemente negativa, siamo in grado di elaborarla in modo funzionale. In questi i casi il trauma si risolve in modo positivo, non lasciando strascichi, ma anzi divenendo occasione per accrescere la nostra capacità di adattamento.

Altre volte accade, invece, che in questo processo qualcosa vada storto. Il sistema di elaborazione delle informazioni innato si arresta e l’esperienza traumatica rimane irrisolta. Da un punto di vista neurologico, viene a formarsi una rete di neuroni congelata o, meglio, incapsulata, ovvero chiusa e non in collegamento con le altre reti neuronali che conservano memorie relative a informazioni adattive.

Queste situazioni generano una sorta di cortocircuito, tale per cui frammenti dell’esperienza non possono essere adeguatamente rielaborati dalla corteccia prefrontale divenendo un’interferenza disturbante nella vita quotidiana dell’individuo.

È per questo che gli effetti di un trauma non risolto hanno a che fare con emozioni, pensieri, sensazioni, comportamenti e reazioni fisiche nate nel passato ma che si riattualizzano nel presente. In altre parole, è come se qualcosa di un’esperienza passata continuasse a influenzare negativamente la nostra capacità di affrontare la vita presente e quindi ci sentiamo, ci emozioniamo, pensiamo e ci comportiamo come se qualcosa del trauma subito fosse sempre attivo.

Spesso i sintomi psicologici che proviamo (depressione, ansia, disregolazione emotiva e cognitiva, le dipendenze, i disturbi somatici, ecc.) sono reazioni difensive all’esperienza traumatica non completamente elaborata.

Ricordiamo che la percezione di ciò che è traumatico è squisitamente soggettiva, dipende cioè da ciascuno di noi. Non è detto quindi che ciò che è traumatico per un individuo lo sia per un altro.

Oggi le neuroscienze ci aiutano molto a comprendere il funzionamento traumatico, ma di trauma si discute davvero da molto tempo. Il primo a parlarne fu Pierre Janet – psicologo e filosofo francese nel XIX e XX secolo. Sigmund Freud ne fece poco dopo il fondamento della teoria psicoanalitica. Freud ha contribuito significativamente alla comprensione del concetto di trauma che per questo autore si verifica quando un individuo subisce un evento che supera la sua capacità di farvi fronte. Già all’epoca Freud parlava di traumi fisici e psicologici, così come di traumi esperiti direttamente o indirettamente, come nel caso dei traumi infantili. Freud ha definito la tecnica psicoanalitica per esplorare e trattare il trauma, concentrandosi sull’analisi dei processi inconsci e dei meccanismi di difesa che gli individui sviluppano per fronteggiare gli effetti provocati da un evento traumatico.

A partire dal contributo di Freud molti altri esperti hanno approfondito i meccanismi del funzionamento traumatico e, più in generale, del mondo interno. Fra i molti che hanno intenzionato il mio lavoro ricordo Joseph e Anne Marie Sandler e gli psicoanalisti relazionali: Donald Winnicott, S. H. Foulkes, Wilfred Bion, ma anche Diego Napolitani, fino ad arrivare ai giorni nostri con Bessel van der Kolk, Judith Herman, Janina Fisher e Pat Ogden.

Oggi come si curano gli effetti del trauma psicologico?

Trasformare l’eredità del trauma richiede l’avvio di un percorso avvincente in cui alternare approcci, metodologie e tecniche differenti:

  • la relazione fra psicoterapeuta e paziente rimane centrale come contenitore dentro il quale acquisire nuove conoscenze e consapevolezze. È una relazione che deve fondarsi sulla fiducia e su un’alleanza di lavoro profondo
  • la psicoeducazione è quella parte del lavoro clinico dedicata alla conoscenza e all’informazione circa i meccanismi di funzionamento del mondo interno. Imparare che cosa è trauma e le sue infinite manifestazioni e ramificazioni è fondamentale per poter fare scelte consapevoli
  • attivare processi di trasformazione dei propri meccanismi predefiniti di funzionamento significa arrivare a costituire, da un punto di vista neuropsicologico, reti neurologiche alternative a quelle già esistenti. Per realizzare questo obiettivo integro l’approccio psicoanalitico con il modello elaborato da J. Fisher – TIST (Trauma Informed Stabilization Treatment), con la metodologia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) e infine la psicoterapia senso motoria di Pat Ogden.